Conclusioni dell avvocato generale
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Signor Presidente,
Signori Giudici,
1 . La Smanor SA è un' impresa francese specializzata nella produzione e nella vendita all' ingrosso di prodotti surgelati, ed in particolare di yogurt naturali e di yogurt con pezzi di frutta, che essa surgela grazie ad un procedimento brevettato di sua invenzione . Dal 1977 la Smanor è stata colpita da una serie di provvedimenti delle autorità francesi volti ad impedirle la distribuzione di questi prodotti con la denominazione "yaourt" o "yoghourt" e ad imporle di venderli sul territorio francese con la denominazione "lait fermenté surgelé ".
2 . Infatti l' uso della denominazione "yaourt" è disciplinato in Francia dall' art . 2 del decreto 10 luglio 1963, n . 63-695, sulla lotta contro le frodi e le sofisticazioni nel settore del latte fermentato e dello yogurt, modificato con decreto 22 febbraio 1982, n . 82-184 . Detto articolo dispone quanto segue :
"la denominazione 'yaourt' o 'yoghourt' è riservata al latte fermentato fresco ottenuto, secondo gli usi leali e costanti, solo con lo sviluppo dei batteri lattici termofili specifici denominati lactobacillus bulgaricus e streptococcus thermophilus, che devono essere inseminati simultaneamente e riscontrarsi vivi nel prodotto posto in vendita in una percentuale di almeno 100 milioni di batteri per grammo .
Il latte usato per la fabbricazione dello yogurt non può essere ricostituito . Tuttavia può essere addizionato con latte in polvere, scremato o meno, alla dose massima di 5 grammi di polvere per 100 grammi di latte utilizzato .
Lo yogurt, dopo la coagulazione del latte, non deve subire alcun altro trattamento che non sia la refrigerazione e, eventualmente, la rimescolatura .
La quantità di acido lattico libero contenuto nello yogurt non dev' essere inferiore a 0,8 grammi per 100 grammi all' atto della vendita al consumatore ".
3 . La questione pregiudiziale sottoposta alla Corte dal tribunal de commerce di l' Aigle, dinanzi al quale la Smanor è stata citata nell' ambito di una procedura di amministrazione controllata, verte sull' interpretazione, in relazione a questa normativa nazionale,
1 ) degli artt . da 30 a 36 del trattato CEE,
e
2 ) degli artt . 5, 15 e 16 della direttiva 79/112/CEE del Consiglio, del 18 dicembre 1978, relativa al ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri concernenti l' etichettatura e la presentazione dei prodotti alimentari destinati al consumatore finale, nonché la relativa pubblicità ( 1 ).
I - Sugli artt . da 30 a 36 del trattato CEE
4 . Nelle osservazioni scritte presentate alla Corte il governo francese sostiene "che nel caso di specie la Corte si trova confrontata ad una situazione che esula dal diritto comunitario, ed in particolare dagli artt . 30 e seguenti del trattato CEE, in quanto la controversia principale riguarda solo l' applicazione del diritto francese ad un' impresa francese che fabbrica 'yaourt' surgelati sul territorio francese" e soggiunge poi che "sono destinati al mercato francese ".
5 . Lo Stato francese propone pertanto alla Corte di dichiarare che "gli artt . 30 e seguenti del trattato CEE non si applicano a situazioni puramente interne di uno Stato membro come quella del caso di specie ".
6 . A questo proposito va notato che la normativa francese si applica effettivamente solo ai prodotti venduti sul mercato francese . Essa non incide quindi sulle esportazioni e di conseguenza non mi sembra che sia necessario valutarla ai sensi dell' art . 34 del trattato CEE relativo alle misure d' effetto equivalente a restrizioni quantitative all' esportazione . D' altronde, nell' azione per inadempimento che ha nel frattempo intentato nei confronti della Repubblica francese, anche la Commissione si è limitata - a quanto pare - a contestare la normativa francese di cui trattasi solo per quel che riguarda l' art . 30 .
7 . E certo che quest' ultimo non può essere applicato a situazioni puramente interne di uno Stato membro . Infatti, per esempio, nella sentenza 15 dicembre 1982, causa 286/81, causa penale a carico della Oosthoek' s Uitgeversmaatschappij ( Racc . pag . 4575 ), la Corte ha esplicitamente dichiarato che "l' applicazione della normativa olandese alla vendita nei Paesi Bassi di enciclopedie prodotte in questo Stato non riguarda in alcun modo l' importazione o l' esportazione delle merci e non rientra quindi nella sfera degli artt . 30 e 34" ( punto 9 della motivazione ).
8 . Ma non si deve dimenticare che nell' ambito di un ricorso pregiudiziale la Corte non è chiamata a conoscere direttamente della controversia principale e della fattispecie . Ora, la questione se la fattispecie rientri effettivamente in una situazione puramente interna dev' essere risolta dal giudice nazionale .
9 . Se il giudice nazionale dovesse giungere alla conclusione che la causa su cui deve pronunziarsi riguarda unicamente l' applicazione della normativa francese alla vendita in Francia di yogurt prodotto in questo Stato membro, la situazione non avrebbe effettivamente alcun legame con l' importazione di merci e non rientrerebbe nell' ambito dell' art . 30 .
10 . Tuttavia, dalla giurisprudenza costante risulta che spetta al giudice nazionale valutare rispetto ai fatti della causa le necessità di una decisione pregiudiziale per pronunziare la propria sentenza ( 2 ) e che la Corte non si è mai rifiutata di rispondervi, anche quando era difficile capire come le soluzioni richiestele potessero avere un' incidenza sulla soluzione della controversia principale ( 3 ) a meno di non trovarsi nell' ambito di "schemi processuali precostituiti" ( 4 ). E evidente che ciò non si verifica nel caso di specie .
11 . Nel caso di specie il giudice nazionale sembra ritenere di trovarsi di fronte ad un problema che è per lo meno connesso con gli scambi intracomunitari . Infatti esso non chiede alla Corte di prendere posizione nei confronti della situazione della Smanor rispetto alla normativa francese, ma con la sua questione solleva due problemi d' interpretazione del diritto comunitario .
12 . Il primo consiste nell' accertare se l' art . 30 del trattato osti a che uno Stato membro riservi il diritto di usare la denominazione "yaourt" o "yoghourt" solo ai prodotti freschi e non ai prodotti surgelati .
13 . La Corte ritrova quindi il ben noto problema di una normativa nazionale indistintamente applicata ai prodotti nazionali e ai prodotti importati ( o che possono essere importati ).
14 . In proposito non dovrebbe esservi dubbio che una normativa come quella di cui si occupa il giudice di rinvio costituisce una misura d' effetto equivalente ad una restrizione quantitativa all' importazione ai sensi della costante giurisprudenza della Corte, sancita in primo luogo nella sentenza 11 luglio 1974, causa 8/74, Procuratore del re / Dassonville ( Racc . pag . 837 ), secondo cui "ogni normativa commerciale degli Stati membri che possa ostacolare direttamente o indirettamente, in atto o in potenza, gli scambi intracomunitari va considerata come una misura d' effetto equivalente a restrizioni quantitative" ( punto 5 della motivazione ).
15 . Infatti, essa vieta la vendita in Francia con la denominazione di "yogurt", di prodotti legalmente fabbricati e venduti con questa denominazione in altri Stati membri solo perché hanno subito un trattamento diverso dalla refrigerazione o dalla rimescolatura, nel caso di specie un surgelamento . Ora, dalle osservazioni della Commissione risulta che gli yogurt surgelati sono effettivamente prodotti e legalmente venduti con questa denominazione nel Regno Unito e in Irlanda . Esiste quindi per lo meno la possibilità di correnti di scambi .
16 . Come la Corte ha dichiarato nella sentenza 16 dicembre 1980, causa 27/80, Fietje ( Racc . pag . 3839 ) "l' estensione ai prodotti importati dell' obbligo di usare una determinata denominazione sull' etichetta, sebbene non escluda, in maniera assoluta, l' importazione nello Stato membro di cui trattasi di prodotti originari di altri Stati membri o che si trovino ivi in libera pratica, può cionondimeno rendere il loro smercio più difficile (...), essa è quindi atta ad ostacolare, almeno indirettamente, gli scambi fra gli Stati membri" ( punto 10 della motivazione; vedasi anche punto 15 della motivazione della precitata sentenza Oosthoek ).
17 . Il produttore straniero, che è tenuto a far stampare una denominazione diversa sui prodotti destinati al mercato francese ( mentre è possibile che sui suoi imballaggi sia apposta d' ufficio la menzione "yogurt surgelato" in diverse lingue ), può pertanto essere indotto a rinunciare all' esportazione .
18 . Oppure, se l' esportazione viene nonostante tutto effettuata, la vendita del prodotto può essere ostacolata da seri dubbi da parte di molti consumatori i quali sarebbero forse tentati dall' acquisto di "yogurt surgelato" ma non sono necessariamente attirati dalla denominazione "latte fermentato surgelato ".
19 . D' altronde, come la Commissione ha sottolineato giustamente nelle osservazioni scritte ( punto 48 ) un provvedimento come quello di cui è causa nel caso di specie, anche se indirettamente applicabile ai prodotti importati e nazionali, (...) "ha la conseguenza di sfavorire i prodotti importati il cui trasporto e deposito sotto forma di surgelati costituisce un reale vantaggio per la distribuzione, favorendo la produzione nazionale fresca che può essere distribuita più facilmente ".
20 . Ritengo quindi possibile concludere che una normativa come quella di cui è causa non è compatibile col trattato CEE in quanto rientra in una delle eccezioni di cui all' art . 36 o in una delle "esigenze imperative" ai sensi della giurisprudenza della Corte sancita con la sentenza 20 febbraio 1979 "Cassis de Dijon" ( 5 ).
21 . Infatti, secondo una giurisprudenza costante ( 6 ), in mancanza di una normativa comune sullo smercio dei prodotti di cui trattasi, gli ostacoli alla libera circolazione intracomunitaria risultanti dalle disparità delle normative nazionali vanno accettati purché detta normativa indistintamente applicata ai prodotti nazionali e ai prodotti importati possa essere giustificata in quanto necessaria per soddisfare esigenze di interesse generale elencate all' art . 36, come la tutela della salute delle persone, od esigenze imperative inerenti fra l' altro alla tutela dei consumatori o alla correttezza dei negozi commerciali . Inoltre è necessario che una normativa del genere sia proporzionata all' oggetto contemplato . Se uno Stato membro dispone della possibilità di scelta fra diverse misure atte a raggiungere il medesimo scopo, è tenuto a scegliere il mezzo che meno ostacola la libertà degli scambi .
22 . In proposito occorre osservare innanzitutto che sino a poco fa non esistevano norme comuni o armonizzate relative alla fabbricazione o allo smercio dello yogurt . In questo caso spetta ad ogni Stato membro disciplinare sul suo territorio la composizione, la fabbricazione e lo smercio di questo prodotto ( 7 ).
23 . Da allora è entrato in vigore il regolamento ( CEE ) n . 1898 del Consiglio, del 2 luglio 1987, relativo alla protezione della denominazione del latte e dei prodotti lattiero-caseari all' atto della loro commercializzazione ( 8 ). Ma benché detto regolamento riguardi espressamente lo yogurt ( cfr . l' allegato ), non contiene però norme specifiche relative alla sua fabbricazione e composizione e continua comunque a far riferimento, all' art . 2, n . 2, secondo trattino, alle denominazioni ai sensi dell' art . 5 della direttiva 79/112/CEE del Consiglio le quali, come vedremo, sono quelle stabilite dalle disposizioni di legge, di regolamento o amministrative applicate ai prodotti di cui è causa negli Stati membri . D' altronde, l' art . 5 autorizza gli Stati membri a mantenere la loro normativa nazionale che limita la fabbricazione e lo smercio sul loro territorio dei prodotti che non riuniscono i requisiti di cui all' art . 2 solo "nel rispetto delle norme generali del trattato ". Ne deriva, come la Corte ha sottolineato nella sentenza 23 febbraio 1988, causa 216/84, Commissione / Francia, che, se la normativa nazionale di cui è causa è in contrasto con l' art . 30 del trattato CEE, essa non soddisfa comunque alle condizioni poste da detto art . 5 ( vedasi punto 22 della motivazione della sentenza, Racc . 1988, pag . 793 ).
24 . Occorre comunque accertare se, nel caso di specie, la misura d' effetto equivalente a restrizioni quantitative all' importazione costituita dalla normativa francese sia giustificata per uno dei motivi elencati in prosieguo .
25 . La tutela della salute pubblica non entra in linea di merito in quanto la normativa francese non vieta lo smercio dei prodotti di cui trattasi perché sono surgelati, ma vieta semplicemente l' uso della denominazione "yaourt ". D' altra parte, dagli atti di causa risulta che trattandosi della loro esportazione in paesi terzi le autorità francesi hanno riconosciuto che detti prodotti sono "di qualità sana, corretta e idonea alla vendita" e che "nella loro fabbricazione non viene usata alcuna sostanza pericolosa per la salute del consumatore ".
26 . Per quel che riguarda la tutela del consumatore, la Corte ha più volte riconosciuto ( 9 ) che la preoccupazione di uno Stato membro di evitare la confusione agli occhi del consumatore fra prodotti dello stesso tipo ma con caratteristiche diverse e di far sì che essi siano informati nel modo più corretto possibile su dette differenze, in particolare nella fabbricazione e nella composizione, è di per sé legittima e non contestabile .
27 . Resta comunque il fatto, in via generale, che la tutela del consumatore può essere efficacemente "garantita con mezzi che non ostacolano l' importazione di prodotti legalmente fabbricati e smerciati in altri Stati membri, ed in particolare tramite l' apposizione obbligatoria di un' etichettatura idonea in merito alla natura del prodotto venduto" ( 10 ).
28 . Ciò potrebbe verificarsi, nel caso di specie, qualora la normativa francese consentisse l' uso della denominazione "yaourt" per il prodotto di cui è causa, imponendo l' aggiunta della qualificazione "surgelato" onde ben porre in evidenza lo speciale trattamento subito .
29 . Una soluzione del genere è poi corroborata dalla perizia che il dott . Hermier, direttore delle ricerche presso l' Istituto nazionale delle ricerche agronomiche, era stato incaricato di svolgere nell' ambito del ricorso che la Smanor aveva intentato dinanzi al consiglio di Stato francese contro il decreto 22 febbraio 1982, n . 82-184, da cui risulta quanto segue :
"Lo yogurt venduto fresco e lo yogurt surgelato contengono batteri lattici vivi . Il loro numero nello yogurt venduto allo stato fresco può mantenersi costante durante tutta la durata regolamentare della vendita . Viceversa, nel caso dello yogurt surgelato, il numero di batteri lattici vivi diminuisce inevitabilmente durante il congelamento, e poi durante la conservazione allo stato congelato . Tuttavia, nonostante detta diminuzione, il numero può restare superiore al limite di 100 milioni per grammo ( valore stabilito dal decreto 22 febbraio 1982 per lo yogurt fresco ) durante alcuni mesi a -18° C ".
30 . L' agente del governo francese ha riconosciuto in udienza che effettivamente il limite stabilito dalla normativa francese può essere rispettato durante i primi tre o quattro mesi di surgelamento . Gli studi scientifici più recenti cui ha fatto rinvio per indicare che "l' attività reale" o "l' efficacia" o "la vitalità" dei batteri lattici sopravvissuti tende a diminuire durante questo periodo non sembrano conferenti nel caso di specie, in quanto la normativa francese contestata si limita ad esigere che i batteri siano vivi .
31 . Come ho già segnalato, dalle osservazioni della Commissione risulta infine che yogurt surgelati vengono effettivamente prodotti e legalmente venduti con questa denominazione in altri Stati membri, in particolare in Irlanda e nel Regno Unito, e che solamente quattro Stati membri prescrivono un numero minimo, d' altronde variabile, di batteri vivi che devono essere presenti, e soprattutto che in nessuno Stato membro oltre alla Francia lo yogurt o latte fermentato surgelato è disciplinato in modo specifico rispetto allo yogurt o latte fermentato fresco . Il Codex alimentarius della FAO e dell' Organizzazione mondiale della sanità (( norma n . A-11 a ) )) si limita ad esigere che "nel prodotto finito, i microrganismi debbono essere vivi e in quantità abbondanti ".
32 . Stando così le cose, l' altra "esigenza imperativa" ai sensi della giurisprudenza "Cassis de Dijon", relativa alla correttezza dei negozi commerciali, non può giustificare il divieto da parte di uno Stato membro di vendere con la denominazione "yogurt" latti fermentati, anche surgelati, provenienti da altri Stati membri, purché legalmente e tradizionalmente fabbricati e venduti con la medesima denominazione nello Stato membro d' origine e che venga garantita un' idonea informazione dell' acquirente .
33 . La Corte ha infatti sempre ritenuto che, "in un regime di mercato comune, interessi come la lealtà dei negozi commerciali devono essere garantiti nel mutuo rispetto degli usi lealmente e tradizionalmente praticati nei diversi Stati membri" ( 11 ).
34 . Gli yogurt surgelati fabbricati in altri Stati membri dovrebbero quindi poter essere smerciati in Francia, tanto più quando detti prodotti, dopo aver subito un trattamento di surgelamento, riuniscano ancora i requisiti stabiliti dallo Stato membro importatore per lo yogurt fresco per quel che riguarda il livello di batteri lattici vivi che costituisce l' elemento caratteristico dello "yogurt ".
35 . Alla luce di queste considerazioni propongo alla Corte di risolvere la prima parte della questione pregiudiziale sollevata dal tribunal de commerce di l' Aigle nel senso che
" il divieto di misure d' effetto equivalente a restrizioni quantitative all' importazione ai sensi dell' art . 30 del trattato CEE osta a che uno Stato membro applichi ai prodotti importati da un altro Stato membro una normativa nazionale che riserva il diritto di fare uso della denominazione 'yaourt' solo allo yogurt fresco e non allo yogurt surgelato, qualora questi prodotti siano lealmente e tradizionalmente fabbricati e smerciati con la denominazione 'yogurt surgelato' nello Stato membro d' origine e venga garantita un' idonea informazione degli acquirenti ".
II - Sulla direttiva 79/112/CEE del Consiglio
36 . Nel contesto della fattispecie nota alla Corte, la seconda parte della questione pregiudiziale del tribunal de commerce di l' Aigle consiste in sostanza nell' accertare se gli artt . 5, 15 e 16 della direttiva 79/112/CEE del Consiglio vadano interpretati nel senso che ostano a che una normativa nazionale in materia di denominazione di vendita neghi la denominazione "yaourt" ad uno yogurt che è stato surgelato .
37 . E indubbio, come sostiene il governo francese, che la direttiva di cui è causa riguarda il ravvicinamento delle normative nazionali in materia di etichettatura e di presentazione dei prodotti alimentari e lascia agli Stati membri la competenza in materia di denominazione di vendita dei prodotti alimentari .
38 . Infatti, pur elencando all' art . 3 solo le menzioni obbligatorie fra cui in primo luogo la denominazione di vendita che, salvo talune deroghe, l' etichettatura dei prodotti alimentari deve contenere, essa non opera per questo un' armonizzazione del contenuto di dette menzioni . Anzi, l' art . 5, n . 1, precisa espressamente che
" la denominazione di vendita di un prodotto alimentare è la denominazione prevista dalle disposizioni legislative, regolamentari o amministrative ad esso applicabili o, in mancanza di essa, il nome consacrato dall' uso nello Stato membro nel quale il prodotto alimentare è venduto al consumatore finale (...)".
39 . Ne deriva a mio parere, come d' altronde ha sostenuto il governo francese, che il riferimento agli artt . 15 e 16 della direttiva è inconferente .
40 . L' art . 16 predispone una procedura comunitaria in forza della quale gli Stati membri possono mantenere oppure introdurre disposizioni nazionali che integrino le disposizioni generali della direttiva ( vedasi 9° punto del preambolo ). Stando alla lettera di questa disposizione, essa si applica qualora vi sia fatto espressamente riferimento, il che non si verifica per l' art . 5 .
41 . Quanto all' art . 15, esso dispone che :
"gli Stati membri non possono vietare il commercio dei prodotti alimentari conformi alle norme previste dalla presente direttiva, applicando disposizioni nazionali non armonizzate relative all' etichettatura o alla presentazione di determinati prodotti alimentari o dei prodotti alimentari in genere ".
E quindi chiaro che esso riguarda le normative nazionali non armonizzate relative all' etichettatura e non quelle relative alle denominazioni di vendita in forza delle quali viene determinata una delle menzioni che devono obbligatoriamente essere apposte sull' etichetta .
42 . Per quel che riguarda l' art . 5, anche se fa riferimento alle denominazioni contemplate dalle disposizioni di legge, di regolamento o amministrative degli Stati membri, il suo significato e la sua esatta portata devono però essere valutati tenendo conto del contesto generale in cui viene a trovarsi .
43 . Il sesto punto del preambolo della direttiva 79/112/CEE ricorda che :
"qualsiasi regolamentazione relativa all' etichettatura dei prodotti alimentari dev' essere fondata anzitutto sulla necessità di informare e tutelare il consumatore ".
Ne risulta che l' elenco delle menzioni, fra cui la denominazione di vendita, che devono essere apposte in linea di principio sull' etichetta è stato redatto a questo scopo .
44 . Il dodicesimo punto del preambolo precisa che
"le norme di etichettatura devono comportare anche il divieto di indurre in errore" e "per essere efficace, tale divieto dev' essere esteso alla presentazione dei prodotti alimentari ed alla relativa pubblicità ".
45 . L' art . 2 attua questo divieto disponendo al n . 1, in particolare, che
"l' etichettatura e le relative modalità di realizzazione non devono :
a ) essere tali da indurre in errore l' acquirente, specialmente :
i ) per quanto riguarda le caratteristiche del prodotto alimentare e in particolare la natura, l' identità, la qualità, la composizione, la quantità, la conservazione, l' origine o la provenienza, il modo di fabbricazione o di ottenimento,
(...)".
46 . Questa norma si impone agli Stati membri anche per quel che riguarda la disciplina in materia di denominazione di vendita . Infatti, poiché la denominazione di vendita è una delle menzioni che, ai sensi dell' art . 3, devono obbligatoriamente essere apposte sull' etichetta, essa non dev' essere atta a indurre in errore l' acquirente . E d' altronde significativo osservare che in mancanza di norme del genere, l' art . 5, n . 1, dispone che la denominazione di vendita consiste in
"una descrizione del prodotto alimentare e, se necessario, della sua utilizzazione, sufficientemente precisa per consentire all' acquirente di conoscere la natura effettiva e di distinguerlo dai prodotti con i quali potrebbe essere confuso ".
47 . D' altro canto, il n . 3, dell' art . 5, dispone che
" la denominazione di vendita comporta inoltre un' indicazione dello stato fisico in cui si trova il prodotto alimentare o del trattamento specifico da esso subito ( ad esempio : in polvere, liofilizzato, surgelato, concentrato, affumicato ), se l' omissione di tale indicazione può confondere l' acquirente ".
48 . Con la Commissione io credo che se ne possa legittimamente dedurre che uno Stato membro non può negare la concessione di una determinata denominazione ad un dato prodotto solo perché detto prodotto è stato sottoposto ad un trattamento specifico come il surgelamento purché, bene inteso, continui a riunire, anche dopo essere stato sottoposto a detto trattamento, gli altri requisiti stabiliti dalla normativa nazionale per la concessione della denominazione di cui è causa .
49 . Ogni altra soluzione darebbe luogo ad un risultato in contrasto con quello perseguito . Infatti, vietare di chiamare "yaourt" uno yogurt surgelato potrebbe indurre in errore il consumatore e gli celerebbe l' effettiva natura del prodotto . La denominazione imposta dalle autorità francesi, e cioè "lait fermenté surgelé", mi sembra, in particolare, criticabile da questo punto di vista poiché il latte fermentato non contiene, di solito, germi dello streptococcus termofilus né del lactobacillus bulgaricus, come nel caso del prodotto su cui verte la causa principale .
50 . La questione se il prodotto, dopo il surgelamento, riunisca sempre gli altri requisiti stabiliti dalla normativa nazionale per la concessione della denominazione "yogurt" è una questione di fatto la cui valutazione, nell' ambito di un ricorso pregiudiziale, spetta al giudice a quo .
51 . Quest' ultimo troverà una preziosa indicazione in merito nella perizia del dott . Hermier, direttore di ricerca presso l' Istituto nazionale delle ricerche agronomiche, cui mi sono riferito in precedenza . Spetterà in particolare al giudice nazionale verificare le condizioni in cui ha luogo il surgelamento e tener conto della data di conservazione minima che la Smanor appone sui suoi prodotti ( l' indicazione di questa data è infatti una delle menzioni che ai sensi dell' art . 3 della direttiva 79/112/CEE devono obbligatoriamente essere apposte sui prodotti alimentari ).
52 . Alla luce delle osservazioni precedenti, propongo alla Corte di risolvere la seconda parte della questione pregiudiziale sottopostale dal tribunal de commerce di l' Aigle nel modo seguente :
"Le disposizioni della direttiva 79/112/CEE, ed in particolare dell' art . 5, vanno interpretate nel senso che ostano a che uno Stato membro neghi la denominazione di vendita 'yogurt' a prodotti importati o di origine nazionale che siano stati sottoposti a surgelamento, purché riuniscano i requisiti stabiliti dalla normativa nazionale per la concessione di detta denominazione ai prodotti freschi ".
53 . Prima di terminare vorrei però aggiungere le due seguenti osservazioni :
1 . Dato che la direttiva 79/112/CEE si applica all' etichettatura e alla presentazione delle derrate alimentari smerciate in tutta la Comunità, senza che si possano fare distinzioni a seconda dell' origine di detti prodotti ( 12 ), la soluzione che ho appena proposto per la seconda questione dovrebbe consentire al giudice nazionale di risolvere la controversia sottopostagli anche nel caso in cui dovesse accertare, come sostenuto dal governo francese, che la situazione di fatto della Smanor non rientra nella sfera d' applicazione degli artt . 30 e seguenti del trattato CEE .
2 . Poiché l' art . 30 del trattato non è volto a garantire che le merci di origine nazionale fruiscano in tutti i casi del medesimo trattamento delle merci importate ( 13 ), allo stato attuale del diritto comunitario il legislatore francese può, per i prodotti nazionali, mantenere la sua normativa, in particolare per quel che riguarda il contenuto di batteri vivi . Potrebbe derivarne una "discriminazione a rovescio" a svantaggio dei prodotti di fabbricazione nazionale dovuta al fatto che uno Stato membro non può vietare sul suo territorio lo smercio con questa denominazione di yogurt surgelati importati da un altro Stato membro dove sono legalmente fabbricati e venduti senza necessariamente soddisfare ai requisiti della normativa francese . Una situazione del genere, per quanto deplorevole, può essere eliminata solo mediante un' armonizzazione delle normative nazionali in materia di fabbricazione e di smercio dello yogurt .
(*) Traduzione dal francese .
( 1 ) GU L 33 dell' 8.2.1979, pag . 1 .
( 2 ) Vedasi in particolare la sentenza 29 settembre 1987, causa 126/86, Gimenez Zaera / Instituto Nacional de la Sécuridad Social y Tésoreria General de la Securidad social, Racc . 1987, pag . 3697, punto 7 della motivazione .
( 3 ) Vedasi in particolare la sentenza 12 giugno 1986, cause riunite 98, 162 e 258/85, Bertini e altri / Regione Lazio e Unità sanitarie locali, Racc . 1986, pag . 1885, punto 8 della motivazione .
( 4 ) Vedasi sentenza 16 dicembre 1981, causa 244/80, Foglia / Novello, Racc . pag . 3045, in particolare punto 18 della motivazione .
( 5 ) Causa 120/78, Rewe / Bundesmonopolverwaltung fuer Branntwein, Racc . 1979, pag . 649 .
( 6 ) Vedasi, oltre la sentenza 20 febbraio 1979, "Cassis de Dijon", precitata, alla nota n . 8, in particolare la sentenza 12 marzo 1987, causa 178/84, Commissione / Repubblica federale di Germania, "birra", Racc . 1987, pag . 1227, punto 28 della motivazione, nonché le sentenze 26 giugno 1980, causa 788/79, Gilli, Racc . pag . 2071 ( punto 6 della motivazione ), 9 dicembre 1981, causa 193/80, Italia, Racc . pag . 3019 ( punto 21 della motivazione ), e 10 novembre 1982, causa 261/81, Rau ( punto 12 della motivazione ).
( 7 ) Vedasi la recente sentenza 23 febbraio 1988, causa 216/84, Commissione / Francia, "succedanei del latte", Racc . 1988, pag . 703 ( punto 6 della motivazione ).
( 8 ) GU L 182 del 3.7.1987, pag . 36 .
( 9 ) Vedansi ad esempio : la sentenza 4 dicembre 1986, causa 179/85, Commissione / RF di Germania (" pétillant de raisin "), Racc . 1986, pag . 3897, punto 11 della motivazione; la sentenza 12 marzo 1987, causa 178/84, Commissione / RF di Germania (" birra "), Racc . 1987, pag . 1227, punto 35 della motivazione; la sentenza 23 febbraio 1988, causa 216/84, Commissione / Francia (" succedanei del latte "), Racc . 1988, pag . 793, punto 10 della motivazione .
( 10 ) Vedasi, in particolare, la sentenza 12 marzo 1987, "birra", precitata, punto 35 della motivazione, che fa rinvio alla sentenza 9 dicembre 1981, causa 193/80, Commissione / Italia, Racc . pag . 3019 ( punto 27 della motivazione ).
( 11 ) Vedasi in particolare le precitate sentenze 26 novembre 1985, Miro, Racc . pag . 3731 ( punto 24 della motivazione ), e 4 dicembre 1986, "pétillant de raisin", Racc . pag . 3879 ( punto 11 della motivazione ) che rinviano ambedue alla sentenza 13 marzo 1984, causa 16/83, Prantl, Racc . pag . 1299 . Vedasi nel medesimo senso la precitata sentenza "Cassis de Dijon", punto 13 della motivazione .
( 12 ) Vedasi la sentenza della Corte 18 febbraio 1987, causa 98/86, Pubblico ministero / Mathot, Racc . 1987, pag . 809, punto 11 della motivazione .
( 13 ) Vedasi, in questo senso, la precitata sentenza Mathot, punto 7 della motivazione .
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